C'è che da quando la macchina fotografica digitale è diventata così endemica, tanto che la potrei trovare come sorpresa dentro gli ovetti kinder, se solo comprassi ovetti kinder (ma dato che rappresentano un sottogruppo del male non li compro), un sempre maggior numero di persone si riscopre novello Bresson, o peggio ancora Newton, con la fastidiosa conseguenza che navigando in rete si ritrovano in ogni dove album su album di fotografie. Tutte riproducenti lo stesso identico soggetto. Per dire, ho visto un set di più di 200 immagini, sottolineerei il numero duecento, rappresentanti una margherita. Ora, va bene che la luce, il tempo di posa e tutte le menate che volete, però è una margherita. Intendiamoci, bella è bella, però duecento fotografie mi pare un poco esagerato.
Io ho la (s)fortuna di essere nata con in dote un padre amante dello scatto. Ricordo ancora quando non si poteva entrare nella stanzetta in cui sviluppava il rullino tutto da solo finché non si aveva il permesso di mamma. Ricordo il buio e l'odore forte e la noia dell'attesa. Poi tutti gli strumenti vennero venduti e i rullini venivano portati dallo sviluppatore di fiducia. E anche lì l'attesa era qualcosa di snervante. Soprattutto l'attesa delle poche fotografie che avevo scattato io, perché la tentazione era sempre forte e, a volte di nascosto a volte sotto la supervisione paterna, ogni tanto mi appropriavo della macchina e CLICK. La passione del padre non è certo sfumata, e si è evoluta secondo i dettami digitali, passata al figlio che si cimenta a modo suo nell'arte delle foto rubate, le mie preferite.
Però. Però. Però quel sapore d'impazienza che si mischiava al nervosismo di sapere se fosse risultata mossa quell'unica foto su cui tutte le speranze artistiche di una mano malferma si andavano a posare, la delusione di ritrovarsi immortalata con una smorfia buffa e gli occhi immancabilmente chiusi, l'inattesa fotografia fatta mesi e mesi prima in mezzo alla neve che sbuca dal rullino delle vacanze al mare. Ecco, tutto questo ormai non c'è più, ed è un po' triste. La maggior parte delle foto che sfoglio, di inesperti e appassionati, hanno un retrogusto amaro. Come fossero senz'anima. Perché sarà anche vero che è più facile fare belle fotografie, sempre più precise e perfette, ma alla lunga il troppo perfetto annoia. E cosa c'è di meraviglioso in quel ritratto della piazza illuminata all'imbrunire se si sa che è il risultato di una cernita fatta tra innumerevoli stessi ritratti, magari ripuliti con photoshop?
Lo so benissimo che si faceva così anche prima, che anche i professionisti dell'analogico andavano a ritoccare, giocando sullo scatto grezzo. Ma comunque l'idea di base era che si avevano meno possibilità di sbagliare, l'occhio doveva essere molto più allenato a trovare subito il perimetro migliore che potesse racchiudere la scena.
Io non so fare fotografie, non ho mai studiato le tecniche e non mi sono mai applicata. Sono una figlia svogliata che preferisce sfogliare album vecchi. Insoddisfatta delle poche fatte, insofferente a farne di nuove, priva di apparecchio digitale. Una sola grande passione, che purtroppo non sono mai riuscita a coronare: la polaroid. L'ho presa in mano un'unica volta, parecchi anni fa, ed è stato amore al primo tocco. Di quelli a senso unico, perché nessuno capiva cosa potessi trovare di così attraente in un baracchino che sputava fotografie di scarsa qualità. Ma a me non è mai importato che i colori fossero ben calibrati, che la composizione avesse equilibrio e che i contorni fossero nitidi. Per vedere una bella fotografia mi bastava aprire uno dei tanti libri che avevo a casa.
Adesso le polaroid sono antichità, tanto che non viene più neppure prodotta la carta apposita per ricaricarle. Ma so che da poco esiste in commercio la versione moderna, ovviamente in digitale. Non è certo la stessa cosa, non sarà sicuramente amore al primo tocco, ma prima o poi andrò a cercarla in un qualche negozio. Anche solamente per vedere di nascosto l'effetto che fa.
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lavato, stirato, piegato e riposto in:considerazioni personali, splendide banalitÃ
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